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Un gioco di scacchi

C’è una prima volta per tutti

Il 26 febbraio il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha ordinato il primo bombardamento aereo in Medio Oriente dall’inizio del proprio mandato contro istallazioni occupate dalle milizie Hezbollah filo-irachene, facenti parte dell’alleanza costruita dall’Iran per combattere le forze dell’Isis in Siria. L’attacco, di dimensioni modeste, ma chirurgico, è stato giustificato dal portavoce del Pentagono John Kirby come una risposta ai recenti raid condotti contro le basi militari americane presenti in Iraq e vicine al confine siriano.

Addio o arrivederci?

Il disimpegno delle forze militari statunitensi stanziate in Medio Oriente, 2500 effettivi nel solo Iraq, è un argomento ampiamente discusso nel dibattito politico interno e esterno agli USA. Gli alleati storici presenti nell’area, in primis Israele e Arabia Saudita, premono affinché permanga un contingente a garantire la sicurezza da eventuali sconfinamenti o attacchi da parte delle forze filo-iraniane, sostenitrici del regime di Bashar al-Assad.
I rapporti tra i tre Paesi si sarebbero raffreddati a seguito delle ultime elezioni; il Capo di Stato israeliano, Benjamin Netanyahu, e il Principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman, preferivano maggiormente la politica aggressiva dell’amministrazione Trump, avversando, invece, la strategia seguita precedentemente da Obama, di cui credono Biden sia il prosecutore.
Nella realtà dei fatti però i passati quattro anni hanno visto Donald Trump proseguire nella riduzione del numero delle truppe stanziate nell’area, a volte anche con risultati strategicamente catastrofici; ne è un esempio il caso degli attacchi subiti dalle milizie kurde da parte dell’esercito turco, a seguito della dipartita delle forze statunitensi nell’area, che ha causato anche un’ulteriore penetrazione di truppe russe nella regione.

Uomo avvisato, mezzo salvato

L’attacco è stato immediatamente valutato dagli esperti come un avvertimento lanciato dagli Stati Uniti, non solo agli avversari iraniani, ma anche verso Russia e Cina, la cui reazione, caratterizzata da un alone di sorpresa, non si è fatta attendere. Il fine primario del gesto è sicuramente ricollegabile ai nuovi accordi sul nucleare da stipulare tra USA e Iran. Joe Biden non ritiene sia opportuno presentarsi al tavolo delle contrattazioni in una posizione svantaggiosa; pertanto, ha ritenuto opportuno ricordare con questo bombardamento l’importanza del ruolo ricoperto e della forza che possiede.
Se da un lato l’intento del Presidente statunitense è continuare nella direzione presa dai suoi predecessori, dall’altro quanto accaduto dimostra come ci potremmo trovare di fronte ad una ulteriore battuta d’arresto, o forse ad un temporaneo dietrofront, lungo un cammino piuttosto accidentato.

Vittorio Repetto

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