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Quale futuro per i giovani?

Nelle ultime settimane sono salite all’onore della cronaca diverse notizie riguardanti noi giovani che credo sia doveroso analizzare in una prospettiva di ampio respiro, per comprendere la vera e propria emergenza generazionale in atto nel nostro Paese (e non solo qui).

Credo sia interessante parlare innanzitutto di una proposta, rilanciata nei giorni scorsi dal segretario del PD Enrico Letta, concernente la cosiddetta dote per diciottenni. Non si tratta certamente di un’idea nuova – il primo a teorizzarla è stato infatti il francese Thomas Piketty, celebre economista, e la stessa proposta di Letta ne riprende una presentata in seno al Forum per le Diseguaglianze di Fabrizio Barca – ma è più che giusto che si torni a parlarne, viste le dure ripercussioni di stampo economico e sociale che le ultime crisi e la pandemia di COVID-19 hanno avuto, in particolare sui giovani.

Far sì che ogni ragazzo, compiuti 18 anni, possa disporre di una somma di denaro ricevuta dallo Stato – che Letta, per esempio, quantifica in 10.000€ – che lo aiuti a diventare indipendente e che gli dia una possibilità in più di farcela, è un obiettivo raggiungibile e dovrebbe anzi essere una priorità. Piketty ritiene che sarebbe necessario introdurre la misura in una modalità ancora più efficace ed incisiva: 120.000€ per ogni cittadino al venticinquesimo anno d’età, affinché il contributo diventi parte di una politica forte atta a colmare – e successivamente abbattere – le diseguaglianze, crescenti proprio fra i giovani. Sia l’economista che Letta suggeriscono un finanziamento tramite l’introduzione di nuove tasse per i più ricchi: sulle proprietà, sulle eredità milionarie e sui grandi capitali.

Risulta evidente come per un Paese sia fondamentale sostenere i cittadini in un momento cruciale della loro vita, che con alte probabilità sarà determinante per il successivo corso della stessa. Proprio nel periodo che segue la fine della scuola superiore tutti i giovani hanno diritto ad almeno un’opportunità, di studiare, di dar vita ad un progetto, di lavorare, di acquistare una casa: lo Stato, in quanto garante di questi diritti, non può voltarsi dall’altra parte. Attualmente molti di loro non hanno un lavoro stabile, non hanno avuto l’opportunità e la possibilità di studiare, oppure, pur avendolo fatto, si devono accontentare di svolgere mansioni non all’altezza delle loro competenze (proprio la superqualificazione è infatti uno dei problemi che affligge il nostro mercato del lavoro). Di conseguenza, ovviamente non riescono a comprare una casa ed a formare una famiglia, si sentono vittime di un sistema che non li considera, costretti a vivere in un limbo perenne senza potersi costruire davvero una vita ed un futuro.
E senza i giovani, lo Stato stesso non avrà futuro.

È chiaramente legata a questa questione un’altra tematica della quale si è spesso discusso ultimamente: il crollo vertiginoso delle nascite che in Italia sta dando origine ad un’emergenza senza precedenti nella storia repubblicana. Secondo la rivelazione dell’ISTAT, sono stati iscritti all’anagrafe 404.104 bambini – il minimo storico dall’Unità d’Italia – nel corso del 2020, anno in cui si sono al contrario registrati 746.146 decessi. Sebbene possa sembrare evidente, da una semplice lettura dei dati risalenti agli ultimi anni, la crescente disaffezione per la famiglia da parte degli italiani, non più interessati ad avere figli, nel Rapporto Annuale 2020 dell’ISTAT emerge una realtà del tutto differente.
Mentre da una parte si assiste ad una costante diminuzione delle nascite, risulta interessante sottolineare come solamente 500.000 persone di età compresa fra i 18 ed i 49 anni (poco più del 2%) affermino di non essere interessati a diventare genitori. Lo stesso rapporto certifica infatti come la stragrande maggioranza dei nostri concittadini desideri avere figli: il 46% ne vorrebbe due, il 18,1% tre ed il 3,6% quattro o più. La decisa volontà si scontra però con le oggettive difficoltà che i neo-genitori si troverebbero ad affrontare nel nostro Paese: i più giovani sognano un contratto stabile a tempo indeterminato senza il quale difficilmente potranno permettersi una casa, centrale per la formazione di una nuova famiglia. Sarebbe poi essenziale pensare misure che favoriscano l’occupazione delle madri e potenziare servizi qualigli asili nido, oltre ad introdurre contributi consistenti affinché i genitori possano permettersi di sostenere tutte le spese necessarie per crescere i figli. Allo stato attuale, la gran parte dei giovani non è nelle condizioni di formare una famiglia: incertezza e precarietà non consentono loro di fare progetti a lungo termine.

E proprio la precarietà del lavoro giovanile è l’ultimo argomento che vorrei affrontare. Per comprendere la gravità del problema è sufficiente sapere che, secondo l’ultimo studio effettuato dal Consiglio Nazionale dei Giovani, il 26% dei cittadini nella fascia 18/35 ha un contratto a termine ed il 33% afferma come la sua vita lavorativa sia caratterizzata da un’elevata discontinuità. E solo se a questi dati accostiamo quelli sugli stipendi, ci rendiamo conto della seria drammaticità della questione: il 58,9% percepisce uno stipendio inferiore ai 10.000€ l’anno e solamente il 7,4% ha una retribuzione superiore ai 20.000€. Tutto ciò senza considerare il lavoro irregolare, altra piaga che colpisce purtroppo anche i giovani in molti casi veramente sfruttati. Così loro stessi ci raccontano in testimonianze rilasciate negli scorsi giorni su diverse testate giornalistiche, in seguito alle lamentele di imprenditori che affermano come i giovani non abbiano voglia di lavorare o preferiscano il Reddito di Cittadinanza ad un impiego. Veniamo poi a scoprire, dalle dichiarazioni degli stessi giovani, come siano stati offerti loro lavori come camerieri o cuochi professionisti a 300€ al mese: paghe da fame.
Anche i più fortunati assunti tramite regolare contratto – che possono dunque godere delle numerose tutele previste dalla nostra legislazione – affermano come non sempre l’orario di lavoro sia rispettato e si ritrovino a completare turni extra, anche da 20 ore, non retribuiti: così nasce l’ordinario sfruttamento. Altro che fannulloni o nullafacenti, termine che spesso abbiamo purtroppo sentito pronunciare in riferimento a noi giovani. È evidente come stipendi più giusti e rapporti di lavoro sani siano indispensabili in un mercato serio ed orientato alla crescita.

Mi auguro che questa panoramica che ho fornito possa risultare utile a chi voglia individuare i reali problemi che i giovani si trovano oggi ad affrontare. Trovarvi una soluzione è necessario poiché proprio noi costituiamo le fondamenta dello Stato e, fra opportunità mancate e conseguente fuga di cervelli, rischiamo seriamente di cedere.

Gianmarco Zuccaroli

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