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La guerra dei settant’anni

Crisi senza fine

Il 1948, l’anno che segna ufficialmente la nascita dello Stato di Israele, è anche ricordato per essere il momento fatale nel quale, formalmente, hanno avuto inizio le ostilità tra le etnie presenti nella zona , ebraica da un lato e araba dall’altro; prima nell’ambito del più ampio conflitto arabo-israeliano, al quale parteciparono le nazioni facenti parte della Lega Araba, e poi, in tempi più recenti, nei soli territori palestinesi, con particolare riguardo all’area comprendente la città di Gaza.

Questo confronto, come la storia ci insegna, ha radici molto risalenti nel tempo, ma il suo aggravarsi a seguito della formazione dello Stato ebraico ha avuto risvolti imprevedibili, tanto da condizionare ancora oggi la stabilità dell’intero scacchiere mediorientale e dividere l’opinione pubblica mondiale.

N°181

Questo è il numero della risoluzione approvata dall’ONU nel 1947, al termine dei lavori della commissione UNSCOP dedicati alla creazione di due Stati palestinesi, e mai messa in pratica a causa dell’attacco da parte delle forze della coalizione araba verso i territori israeliani a seguito del ritiro delle truppe inglesi che occupavano l’area in quanto ex protettorato britannico.

Da allora questo testo rimane un simbolo della lotta per la pace in Palestina, ostacolata in origine dall’aperta opposizione delle Nazioni della Lega Araba alla presenza dello Stato di Israele e dai quattro conflitti (Guerra del 1948, Crisi di Suez, Guerra dei Sei Giorni e Guerra del Kippur) che ne sono seguiti. Dopo il 1973, anno della Guerra del Kippur, per ragioni diverse, di matrice economica o politica, si è aperta una seconda fase, di distensione dei rapporti, ed è proprio in questa fase che ancora oggi viviamo.

Da allora, sono stati stipulati innumerevoli patti e trattati tra Israele e le potenze arabe, di cui quelli di Abramo con l’Arabia Saudita sono i più recenti, le quali hanno riconosciuto l’impossibilità di poter sconfiggere un avversario che si è rivelato piccolo solo geograficamente.

Peace was an option

Se i rapporti con le grandi potenze arabe sono giunti ad una pacificazione, tutto questo è avvenuto a scapito della popolazione arabo-palestinese, costretta dai conflitti e dagli sfratti a stabilirsi o in altre Nazioni o all’interno dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, priva dalla seconda metà degli Anni 80 del concreto e fondamentale appoggio da parte dei Paesi Arabi, ritenuto necessario per la nascita di uno Stato palestinese.

Questo progressivo processo di abbandono della lotta da parte dei suoi storici alleati, ha spinto l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) a dare il via ad un processo di distensione, culminato con la stipula degli accordi di Oslo nel 1993, grazie alla mediazione degli Stati Uniti, nei quali Arafat, leader dell’OLP, riconobbe l’esistenza dello Stato di Israele mentre il Primo Ministro israeliano Rabin riconobbe la stessa OLP come rappresentante del popolo palestinese.

Essi ancora oggi rappresentano il momento più alto nei rapporti tra il Governo israeliano e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ex-OLP. Conseguenza diretta degli accordi del 1993 fu la divisione della Cisgiordania in tre zone: A, B e C; la prima sotto il completo controllo palestinese, la seconda sotto controllo militare israeliano, ma civile palestinese, e la terza sotto completo controllo israeliano. La Striscia di Gaza è esterna a queste tre zone e rappresenta l’area scelta nel 1995 dall’OLP, guidata da Arafat, come sua prima sede provinciale, ma solo dal 2012 è stata riconosciuta dall’ONU come parte dello Stato di Palestina, ancora considerato come entità statale semi-autonoma dato che Israele ne controlla lo spazio aereo e marittimo.

Chi sono i colpevoli?

Dall’analisi delle ostilità tra Israeliani e Palestinesi sia passate che presenti risulta difficile prendere una posizione netta in merito, sebbene le due parti in causa non accettino posizioni di neutralità. L’ascesa al potere in Palestina dell’organizzazione terroristica estremista Hamas nel 2006 a causa della debolezza dell’ANP ha portato nuovi squilibri e tensioni e su di essi ha fatto leva la destra israeliana, capeggiata dal Premier Benjamin Netanyahu, che da allora riconferma grazie a ciò il proprio potere di Governo.

L’evidenza di questi settant’anni di conflitto dimostra che nessuna delle parti in causa sia priva di colpe; entrambi hanno causato sofferenze inaudite alla popolazione civile senza distinzioni tra israeliani e palestinesi o tra ebrei e musulmani. Oramai i leader del passato che avevano combattuto e provato gli orrori dei conflitti degli Anni 60 e 70, gli orrori che rappresentavano il fondamento autentico della ricerca della pace, non ci sono più. Adesso è necessario veramente attendere che le nuove generazioni li ripetano per avere una nuova occasione?

Vittorio Repetto

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