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Giovani innovazioni

In questo momento di attualità siamo governati in ogni ambito da persone ormai non più giovani e nella maggior parte dei casi, soprattutto in politica, ogni volta che uno di noi prova a dire la sua viene messo in secondo piano o non viene proprio ascoltato.
La nostra generazione è vista come quella che non ha voglia di fare niente, come la generazione di “tutti i mali”;

L’anno scorso è stato svolto un sondaggio con persone di età tra i 16 e 28 anni dove è emersa una quasi totale e pericolosa mancanza di fiducia delle giovani generazioni per quanto riguardi le possibilità di “lavoro, crescita sociale, affermazione personale, stimoli” che suona come un severo atto di accusa “contro l’eterna cronica mancanza di adeguate politiche giovanili a Roma e nel resto del Paese”.
La pandemia si è abbattuta come un meteorite sull’economia dei giovani italiani: nel primo semestre del 2020, 257 mila giovani tra i 18 e i 29 anni hanno perso il lavoro (dati Istat).

L’innovazione tecnologica richiede competenze nuove e una forza lavoro qualificata. Secondo uno studio del World Economic Forum (WEF), il 38% delle imprese si aspetta di assumere figure professionali innovative entro il 2022, e più di un quarto pensa che sarà l’automazione a guidare questo cambiamento. A livello globale, 75 milioni di posti di lavoro potrebbero essere soppressi dalle nuove tecnologie, a fronte di 133 milioni di nuovi posti creati da questo cambiamento.
I giovani partono da una posizione di vantaggio in questo senso, in quanto generazione digitale. Secondo il rapporto Istat 2019 sulle competenze digitali, il 67% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha competenze digitali di base, a fronte di una media nazionale del 39%. La maggior capacità di apprendimento di nuove conoscenze dei giovani, poi, è un altro fattore determinante in un mercato del lavoro che richiede sempre più una formazione continua, anche dopo aver conseguito il titolo di studio.

L’Italia non è nuova a piani di sviluppo industriale che hanno puntato sull’innovazione: nel 2016 l’allora Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha lanciato un piano, Industria 4.0, che ha incentivato le imprese ad investire sull’innovazione, attraverso sgravi fiscali ed agevolazioni nell’accesso al credito. Il piano è stato confermato e riformulato nel 2018, con il nome di Impresa 4.0. Il quadro iniziale prevedeva, tra le varie misure, una supervalutazione degli investimenti in tecnologie innovative: gli investimenti in innovazione 4.0 venivano considerati, in termini fiscali, con un ammortamento dal 140% al 250%.
Quest’anno, poi, il Ministro dello Sviluppo economico Patuanelli ha lanciato il piano Transizione 4.0, un’ulteriore evoluzione della politica industriale italiana rivolta all’innovazione. Il Ministro si è impegnato ad impiegare 7 miliardi di euro in queste senso.
In termini di occupazione, il processo di assunzione nelle imprese beneficiarie dell’iperammortamento è stato migliore rispetto a quello che si avrebbe avuto in assenza di questa possibilità: +3% su base mensile.
La possibilità di usufruire di agevolazioni fiscali per l’acquisto di macchinari 4.0 ha permesso alle imprese di ricercare profili con competenze digitali avanzate, e questa domanda di lavoro è stata accolta maggiormente dai giovani under 35, che vedono un +2.4% di assunzioni. Dato maggiore rispetto al +1,4 % stimato per gli over 35. L’innovazione ha favorito più l’occupazione dei giovani rispetto agli altri lavoratori. La grande richiesta si è avuta nel comparto degli operai specializzati (+2,3%), seguiti da impiegati (+0,7%).

Questi piani, dunque, hanno avuto un effetto positivo sull’economia del Paese, incentivando l’occupazione giovanile.

Proprio per la necessità di accedere a competenze qualificate nel processo di innovazione, il dato sul livello di istruzione italiano rischia di mettere il Paese in una condizione di svantaggio rispetto all’accesso all’innovazione. Se le tecnologie innovative non trovano terreno fertile in Italia, gli investimenti tecnologici i concentrano dove le competenze sono più sviluppate.
I test Pisa 2018, che fotografano il livello di istruzione nei Paesi ad alto reddito, mostrano come gli studenti italiani siano al di sotto della media dei Paesi Ocse. In particolare, il divario più rilevante si riscontra in scienze, dove gli studenti italiani ottengono risultati più bassi del 4,5% rispetto alla media Ocse e in letteratura (2,6%). E’ impressionante notare, poi, il gap dei nostri studenti rispetto a quelli cinesi, i primi al mondo in tutte le categorie in analisi.

L’innovazione è trainata dagli investimenti che ogni Paese dedica alla ricerca e sviluppo. Dove gli investimenti sono scarsi, così anche l’innovazione. Nonostante i recenti piani industriali abbiano avuto un impatto positivo, anche se non rivoluzionario, sull’innovazione, c’è ancora tantissimo lavoro da fare. Un Paese poco innovativo è un Paese in cui i giovani, come detto, perdono il loro vantaggio in termini di maggiori competenze digitali e di capacità di adattarsi alle nuove tecnologie.
L’Italia è ancora molto indietro rispetto ai partner europei in termini di ricerca e sviluppo. In rapporto al Pil, la spesa italiana pubblica e privata si è attestata all’1,4%. La media europea, invece, è del 2,3%. Rispetto alla Germania, invece, l’Italia spende in ricerca e sviluppo meno della metà, in rapporto al Pil. Il trend degli ultimi dieci anni è abbastanza stabile per i vari Paesi europei: l’Italia ha vissuto un leggero miglioramento, ma il divario da colmare con le altre nazioni europee è ancora molto ampio.

Per quanto i piani nazionali abbiano avuto un effetto positivo sull’occupazione giovanile, questi non sono sufficienti a colmare il gap occupazionale dei giovani italiani. Per far sì che l’innovazione sia fertile per giovani e lavoro, è fondamentale arrivare a livello degli altri Paesi europei sull’istruzione e la ricerca, arginando un’emorragia di talenti che l’Italia vive, purtroppo, da molti anni.

Lorenzo Agnusdei

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