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Democrazia solo per comodità

25/04/2021

Capo dello Stato o Sultano?

Recep Tayyip Erdogan, 12° Presidente della Turchia, ex-Primo Ministro dal 2003 al 2014, leader e fondatore del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), è oggi una tra le personalità politiche più discusse e criticate dall’opinione pubblica occidentale.

Protagonista del panorama politico turco da 30 anni, Erdogan si è distinto sempre per i suoi modi autoritari e conservatori, tanto da aver dato il via, secondo i critici più duri, ad un vero e proprio processo di islamizzazione della Repubblica di Turchia; un progetto, dunque, assolutamente contrario ai valori laici sui quali si fonda la Nazione fin dalla sua nascita, avvenuta con la firma del trattato di Losanna del 1923, risultato dell’operato del suo primo Presidente Mustafa Kemal, detto “Ataturk” o “Padre dei Turchi”.

Un bluff

La Turchia non è mai stata veramente una democrazia; di fatto, dal 1960 a oggi si sono verificati ben 4 colpi di stato per mano dell’esercito, al quale è affidato dalla Costituzione, sembra assurdo dirlo, il compito di tutelare la laicità delle Istituzioni della Nazione. Ovviamente la necessità di ricorrere ad un’azione così drastica più volte in pochi decenni lasciava già intendere non solo che il Paese non fosse in grado di aderire ad una forma di governo repubblicana e democratica, ma anche la possibilità che prima o poi l’esercito avrebbe fallito nell’arginare tale tendenza accentratrice ed autoritaria.

Questa paura si è materializzata pochi anni fa, il 15 luglio del 2016, quando le forze armate hanno invaso le strade e i cieli della Turchia per tentare di abbattere il Governo del Presidente Erdogan. Quella notte d’estate la notizia del colpo di stato in atto, che sembrava avere successo, giunse come un fulmine a ciel sereno.

Erdogan era stato costretto a fuggire con un aereo, abbandonato da tutti. Poteva unicamente comunicare tramite il proprio cellulare, ma i generali avevano trascurato questa volta un fattore determinate, il popolo turco. La Turchia, oggi, è ancora in gran parte una Nazione caratterizzata dalla presenza di vaste aree rurali, abitate da comunità profondamente legate ai valori tradizionali islamici; l’evoluzione nei mezzi di comunicazione ha permesso loro di essere partecipi dell’evoluzione politica e sociale del Paese al pari degli abitati delle grandi città come Istanbul e Ankara, dove l’influenza dei valori laici, invece, è prevalente.

Questo evento ha determinato un ribaltamento nell’orientamento prevalente dell’opinione pubblica turca, che ha finito per simpatizzare in favore del Presidente in esilio, impedendo all’esercito di portare a compimento il proprio piano.  

Un alleato scomodo

Dopo i fatti del 2016 il programma di accentramento del potere nelle mani del Presidente ha preso una piega ancora più incisiva e aggressiva, tanto da portare la Turchia in una posizione di contrasto anche con i Paesi della NATO.

Erdogan, infatti, forte da un lato della mancanza dell’opposizione dell’esercito, epurato di tutti i possibili comandanti coinvolti nel golpe, e dall’altro del risultato del referendum costituzionale del 2017, con il quale è stata approvata l’eliminazione della figura del Primo Ministro e il passaggio dei poteri esecutivi nelle mani del Presidente, ha dato il via ad un programma politico diviso su due fronti.

Sul fronte interno ha proseguito con il programma di accentramento e islamizzazione, prima con un’opera di sistematica censura della libertà di stampa e dell’informazione pubblica, poi con un progressivo allontanamento da posizione più laiche e di graduale de-occidentalizzazione, culminato con la recente uscita del Paese, paradossalmente, dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dai Paesi membri del Consiglio d’Europa, volta a prevenire la violenza sulle donne e a tutelarne le vittime.

Sul fronte estero, invece, ha iniziato una forte politica di espansione della sfera di influenza geopolitica turca, che ha dato come risultato l’invasione dei territori controllati dalle milizie kurde in Siria, conseguenza della smobilitazione delle truppe statunitensi dall’area, e una serie di dichiarazioni di appoggio delle truppe del Governo libico di Tripoli, presieduto da Fayez al-Serraj, schierate contro le milizie del generale Haftar, paventando anche la possibilità di inviare contingenti militari turchi nell’area. Tutto questo ha generato un clima di forte tensione tra Medio-Oriente e Nord Africa e di squilibrio all’interno della NATO.

La chiameremo ancora Repubblica?

La Presidenza Erdogan in pochi anni ha inciso profondamente sul tessuto sociale turco, ma anche sulle relazioni tra la Nazione e le grandi potenze mondiali. Sicuramente il processo di accentramento, seppur facilitato negli ultimi anni a causa del fallimento del golpe nel 2016, incontra ancora una forte opposizione interna, proveniente principalmente dai grandi centri cittadini del Paese, i cui sindaci, infatti, sono spesso rappresentanti dei partiti di opposizione.

L’accresciuta aggressività turca nell’area del bacino del Mediterraneo, invece, è forse il sintomo della mancanza di un vero contraltare alle ambizioni espansionistiche di Erdogan, segno probabilmente del fatto che vadano rivisti i termini delle alleanze tra i singoli Paesi, sia nel contesto della NATO che in quello europeo. Ne è un esempio il caso della Libia, dove l’assenza per troppo tempo di un sostegno da parte della diplomazia italiana ed europea ha lasciato spazio alla possibilità di un intervento turco che avrebbe potuto destabilizzare, se non rompere, in modo irreparabile le relazioni tra l’Europa e il Paese nordafricano

L’insieme di questi eventi porta gli esperti a indicare la Turchia più come una minaccia che un alleato, ma la sua posizione strategica rappresenta un nodo ancora importante di fronte al rischio di un aumento dei flussi migratori provenienti dal Medio-Oriente e un argine alle possibilità di un’espansione dell’influenza russa nel Mediterraneo. Se, quindi, Erdogan rimane un partner strategico importante, dobbiamo anche cominciare a definirlo ciò che sta gradualmente diventando, ossia, come ha di recente affermato il Presidente Draghi, un dittatore.

Vittorio Repetto

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