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Cosa c’è di nuovo sul Fronte Occidentale

I grandi sette

Il vertice delle sette più importanti economie mondiali, tenutosi lo scorso fine settimana in Cornovaglia, può essere considerato come il battesimo del fuoco per il nuovo asse UE-USA, profondamente minato dai quattro anni del mandato del Presidente Trump. A differenza del suo predecessore, che bollò il G7 definendolo “obsoleto”, Biden lo ha reso il punto di partenza del nuovo programma di politica estera statunitense, segnato dallo slogan “America is back”.

Se da un lato l’incontro rappresenta la fine dell’isolazionismo statunitense e il rilancio del multilateralismo, sancito anche dal fatto che questo è il primo viaggio in Europa di Joe Biden come Capo di Stato, dall’altro esso ha avuto come punto focale della discussione l’attuazione di una strategia economica comune e coerente in chiave anticinese e proprio per tale ragione il vertice è stato caratterizzato da un’importante novità. Il Primo Ministro inglese Johnson ha, infatti, esteso l’invito a presenziare ai lavori, oltre che ai tradizionali partecipanti (Stati Uniti, Italia, Germania, Francia, Giappone e Canada), anche ad alcuni Paesi esterni (Australia, India e Corea del Sud, Sud Africa e Sultanato del Brunei), di cui tre sono i principali competitor della Cina in campo economico nell’area indo-pacifica.

Naturalmente nell’agenda delle tematiche di discussione non sono mancate l’ambiente, la lotta alla pandemia e l’introduzione della global tax per le grandi multinazionali tecnologiche. Ciò naturalmente ha sollevato numerose critiche in quanto non solo i grandi sette rappresentano, nel loro insieme, il 40% del PIL globale, molto meno del 70% di pochi anni fa, ma anche perché tra essi non compaiono proprio la Russia, la cui partecipazione è sospesa dal 2014, e la Cina, che ricoprono una posizione rilevante in tutti gli ambiti di confronto affrontati.

La sfida della NATO

È proprio questa parola “challenge” ad essere la chiave della dichiarazione finale presentata al termine del vertice dei 30 Paesi partecipanti all’Alleanza Atlantica che si sono riuniti la scorsa settimana per discutere la strategia di difesa comune di fronte alle sempre crescenti minacce militari provenienti dalla Russia, da sempre avversario numero uno della NATO, e ora anche dalla Cina; minacce o per meglio dire “sfide” che questa volta hanno assunto un aspetto sistemico, dato che non riguardano solo la corsa agli armamenti ma anche il crescente numero di attacchi cibernetici e campagne di disinformazione proveniente dall’est.

Naturalmente nella dichiarazione si fa riferimento anche ad altre “sfide” e argomenti di discussione tipici del confronto tra i Paesi aderenti al Patto Atlantico; in particolar modo, è stata affrontata la questione del disimpegno delle truppe stanziate in Afghanistan, nel quale la Turchia potrebbe ricoprire, secondo quanto affermato dal Segretario NATO Stoltenberg, “un ruolo importante”, e l’annoso problema dei contributi, che prevede lo stanziamento del 2% del PIL nazionale di ogni Paese per la difesa.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, se è vero che il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha definito l’incontro di Bruxelles essenziale in quanto permette di condividere gli obiettivi strategici del G7 con i Paesi dell’Alleanza Atlantica, in realtà il punto fondamentale del suo intervento ruota intorno alla richiesta di una visione di più ampio spettro in merito agli obiettivi nell’agenda NATO; un’agenda che deve quini comprendere le minacce provenienti non solo dall’area indo-pacifica ma anche dal più vicino teatro mediterraneo, nel quale è necessario seguire un programma basato su tre punti: difesa collettiva, gestione delle crisi e cooperazione in materia di sicurezza.

Un summit “costruttivo e concreto”

Sono questi gli aggettivi utilizzati dal Presidente russo, Vladimir Putin, al termine del bilaterale tenutosi a Ginevra con il Capo di Stato statunitense Joe Biden il 16 giugno scorso. Il vertice era un appuntamento lungamente atteso soprattutto se teniamo conto della forte distanza esistente su innumerevoli questioni tra i suoi protagonisti, che negli anni non si sono mai risparmiati in critiche reciproche fin dai tempi della Presidenza Obama.

Se da un lato gli analisti e la stampa giudicano l’incontro un successo in quanto ha garantito la stabilizzazione delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Russia, giunte ai minimi storici dalla guerra fredda, e il ritorno dei rispettivi ambasciatori (Anatolij Atonov e John Sullivan), dall’altro le posizioni restano distanti su molte tematiche, ad esempio la tutela dei diritti umani.

Nel vertice, inoltre, è stata stabilita la ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti nucleari delle due potenze, un argomento scottante se pensiamo anche alle tensioni tra USA e Iran sul medesimo tema, in merito alle quali si potrebbe assistere ad una nuova svolta a seguito dell’elezione del nuovo Capo di Stato iraniano, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi.

Quale risposta attendere?

Le decisioni prese dalle potenze occidentali in merito alla strategia di difesa prossima e futura contro le penetrazioni provenienti da Oriente non sono naturalmente passate inosservate.

La reazione della Cina, come si era previsto, è stata veemente tanto che l’aeronautica militare cinese ha inviato alcuni jet nello spazio aereo di Taiwan per confermare la loro posizione di forza nell’ambito della questione sul controllo del Mar Cinese Meridionale. In merito, invece, ai rapporti con la Russia non dobbiamo dimenticare che tutt’ora le relazioni con l’UE non si sono normalizzate, lasciando irrisolte alcune questioni scottanti come nel caso del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania in fase di realizzazione.

Se, dunque, i Paesi dell’Occidente hanno intenzione recuperare il terreno perduto, possono sì forzare i rapporti con i propri avversari, ma devono anche riconsiderare quali siano i loro principali partner commerciali onde evitare spiacevoli imprevisti.

Vittorio Repetto

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