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Brexit: quale futuro per l’UE?

Brexit: quale futuro per l’UE?

06/01/2021

Il primo gennaio 2021 si è definitivamente concluso, dopo lunghe trattative e diverse problematiche, il processo che ha portato all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea scongiurando il rischio di una Brexit senza accordo (cosiddetta Brexit “no-deal“). Ma, tirando le somme, com’è andata alla fine?

Il dibattito che più ha tenuto banco negli ultimi giorni riguardava la pesca, punto sul quale il primo ministro britannico Boris Johnson si è concentrato per soddisfare i brexiter più convinti più che per reale interesse economico. Essa vale infatti giusto lo 0,1% del PIL britannico: ci sarebbero dunque stati settori molto più importanti – come quello finanziario, che vale invece circa il 10% – da tutelare ed il fatto che Johnson non si sia concentrato su questi ultimi ci fa capire quanto approssimativa e dettata dall’interesse personale sia stata la sua agenda politica. Senza considerare che alla fine non si sia in realtà ancora trovata la quadra: è stato stabilito che per i prossimi cinque anni le acque inglesi saranno in condivisione con gli Stati dell’UE e che in questo lasso di tempo si deciderà in cosa consisteranno le future disposizioni. 

Dal punto di vista economico, l’accordo è sicuramente vantaggioso per l’Italia dal momento che, essendo stata evitata l’introduzione di tariffe o dazi doganali di sorta, il cospicuo avanzo commerciale (il terzo a livello europeo) che il nostro paese ha nei confronti del Regno Unito non ne risentirà. Il mercato unico è inoltre stato salvaguardato anche dal punto di vista normativo. Va considerato però il fatto che, analizzando i dati sulle esportazioni – in cui il Bel Paese da sempre occupa una posizione di primo piano – veniamo a scoprire che solo il 5% dei nostri prodotti è spedito oltremanica e che dunque, anche nel peggiore dei casi, non saremmo stati vulnerabili. È chiaro però che le aziende che più sarebbero state toccate da un mancato accordo – si definivano come settori più esposti il tessile, l’agroalimentare, il chimico e la meccanica strumentale: eccellenze della produzione italiana che siamo ovviamente contenti di salvaguardare  – festeggiano invece l’intesa raggiunta. Al contrario Londra avrebbe decisamente sofferto una reale uscita dal mercato unico europeo, verso cui il 43% dei propri beni è esportato.

Considerato il mero dato economico, è il momento di analizzare la questione dal punto di vista politico. Personalmente ritengo che forse l’Unione Europea avrebbe dovuto agire diversamente: concedendo al Regno Unito norme favorevoli in materia di commercio (per quanto condizionate dal rispetto delle normative a protezione del mercato unico) si aprono potenzialmente le porte ad altre Brexit. Un pericolo che a livello europeo non ci possiamo assolutamente permettere. È altrettanto chiaro d’altra parte che, per evitare che qualcosa del genere accada, l’Europa sia tenuta a cambiare sotto molti aspetti: numerosi errori cui bisognerebbe riparare sono stati commessi negli scorsi anni, e penso che questo sia innegabile. Ma la verità è che andandosene non si risolve nulla: l’obiettivo comune dev’essere cambiare quest’Europa, ma farlo insieme.

Sul piano sociale le conseguenze saranno per gli inglesi devastanti: i giovani perderanno la possibilità di arricchire la propria formazione studiando in un altro Paese dell’UE – sebbene Johnson abbia già promesso un nuovo piano simile all’ERASMUS per il futuro – ed i cittadini non potranno muoversi liberamente all’interno dei confini europei. 

Per l’Italia in realtà la Brexit era per certi versi un’occasione di acquistare ancora più influenza nel contesto europeo. In parte qualcosa si è mosso, anche se c’è ancora molto da fare, per esempio sul fronte del brevetto unico europeo. Una delle tre sedi del Tribunale Unificato dei Brevetti inizialmente assegnata a Londra dev’essere trasferita e l’Italia dovrebbe candidare al più presto Roma per ospitarla. Al contempo deve spingere affinché l’italiano diventi una delle lingue ufficiali in cui i brevetti – di cui il nostro Paese è saldamente il terzo maggior richiedente – potranno essere trascritti, puntando sull’elevato livello di specializzazione della ricerca e dell’industria italiane e ricordando la grande attrattiva che il nostro idioma esercita all’estero. In generale con l’uscita del Regno Unito – e quindi la “cancellazione” dell’inglese, che nessun altro Stato avrebbe indicato come lingua, dalle lingue ufficiali UE – l’Italia deve far sì che il proprio idioma acquisti ancora più importanza in ambito europeo, contribuendo a mantenere viva la diversità linguistica sulla quale l’Unione Europea è in effetti fondata, tramite l’attenuazione del predominio che l’inglese ha acquisito nel corso degli anni ed al contempo ottenendo evidenti benefici di tipo economico e sociale.

Spero di aver reso più chiara parte di un processo di cui si è discusso molto, ma che può, specialmente in certi suoi aspetti, risultare in effetti di difficile comprensione, oltre ad aver provato a fornire qualche interessante spunto di riflessione. 

Gianmarco Zuccaroli

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